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Prof Bad Trip, Gianluca Lerici
11/06/2016 - 30/07/2016
dal lunedì al giovedì dalle 16:00 alle 20:00
venerdì e sabato dalle 16:00 alle 24:00
Apertura straordinaria: su prenotazione: +39 339 71 89 570 (Marco)



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Il cybernautico Gianluca “Professor Bad Trip” Lerici, per anni testimonial di controculture virtuali e guru del più robotico immaginario techno-trash, in realtà non possedeva e non utilizzava il computer.
Del resto, è noto che anche Bruce Sterling, iniziatore e ideologo della fantascienza cyberpunk, ha battuto i suoi primi romanzi su una comune macchina da scrivere. Per l’appendice del suo Almanacco apocalittico, uscito nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori nel marzo 2002, il Prof. mi chiese di condurre con lui un’intervista postale. Inviai dunque una lunga serie di domande, che lui poi selezionò e integrò con altre farina del suo sacco (attribuite a tal Mister K) e con un paio di interrogativi suggeriti dall’amico Marco Philopat. Non molto tempo dopo, l’artista mi fece pervenire una busta con tutte le risposte ordinatamente redatte a mano su ben cinquantacinque fogli protocollo a quadretti, ciascun argomento corredato di minuziose note e relativa bibliografia. Per Mondadori effettuai il necessario lavoro di editing (ça va sans dire, non retribuito) eliminando le note e snellendo notevolmente il testo, sicché varie e sostanziose parti sono rimaste finora inedite. La Mondadori chiese inoltre di poter firmare l’intervista col nom de plume Luther Blissett, da me altre volte utilizzato (in incognito, nell’ambito del LB Project) e che all’epoca godeva di una certa notorietà mediatica. Quando infine Gianluca ebbe in mano una copia dell’Almanacco, il suo primo libro per un colosso editoriale, quasi si mise a piangere scoprendo con raccapriccio la pessima qualità della carta adoperata e la stampa oltremodo impastata e tendente al grigio. L’antologia, tra l’altro, presentava forzature nella reimpaginazione delle tavole, proporzioni sballate, ed era del tutto priva di informazioni sui lavori riprodotti. Più che un trampolino di lancio per l’arte del Professore, l’Almanacco apocalittico si rivelò alla prova dei fatti una mezza occasione mancata. L’intervista originale rimasta finora nel cassetto, probabilmente la più estesa e scrupolosa mai rilasciata dall’autore spezzino, meritava però di essere letta per intero, arricchita dalle diligenti note che disegnano un quadro completo delle sue passioni e influenze artistico-letterarie. Ecco quindi un fedele “Director’s Cut” del testo, esattamente come stilato con grandi lettere in stampatello dal Professore nel 2001. Seguite senza distrarvi la lezione, che da domani si interroga!

Vittore Baroni



L’appassionante progetto artistico di Gianluca Lerici, si è svolto, come quello di Plinio il Vecchio, rasente alla bocca di un vulcano in eruzione, magari indossando occhialini dalle lenti rosso blu 3D, per non perdersi nulla del cataclisma in atto.

Il piano programmato da questo tenace ex coltivatore di mitili di La Spezia, si rivela in tutta la sua malizia sin dalla scelta di uno scorticante nom de plume - Bad Trip - il cui significato, per chi fosse a digiuno di culture dopate, fa riferimento alle problematiche che possono emergere in seguito a un’esperienza negativa con l’acido lisergico; quelle situazioni in cui il viaggiatore invece di godersi un senso di oceanica empatia con il creato, avendo come compagni di avventura bodhisattva, unicorni e arcobaleni, si ritrova scaraventato in un orribile rave claustrofobico tra demoni malnati e puzzolenti.

Raggiunta l’età giusta per arruolarsi in una subcultura, si accorge che è troppo tardi per diventare un hippie, quando vede la purple haze hendrixiana trasformarsi nello smog diossinico dei fuochi dei pneumatici ai bordi delle statali, e le buone vibrazioni californiane nel ronzio del frigorifero di casa che sta partendo. Viste le premesse non può che innamorarsi della scena post-punk dei Dead Kennedys e degli Angry Samoans (che tra l’altro incidevano per l’etichetta “Bad Trip Records”). In questa veste il nostro si esibisce sul palco e poga a ripetizione in locali improbabili della no flight zone che si stende tra gli svincoli autostradali della Cisa e la suburbia della Lunigiana, sviluppando una sana e produttiva rabbia per “la volontà dei ceti culturali di tutti i partiti politici e di tutte le istituzioni italiane di cancellare la storia dei movimenti degli anni precedenti lasciandoci senza futuro e senza passato”. La sua missione, portata a compimento, è ricercare il missing link tra le diverse sensibilità che la cultura alternativa ha espresso nel tempo, per rivendicare con fierezza che i suoi anni ’90 non sono altro che gli anni ’60 upside down. Un’attitudine pirotecnica lo spinge a diventare un agitprop nel bizzarro mondo delle autoproduzioni underground. Usa inchiostro nero pece che odora di vinile, disegna con sublime pignoleria, diffonde la sua opera esagitata sotto forma postale, xerox, ipodermica, discografica e tessile (le t-shirt!). In lui si fondono due visioni: quella di un Wogelmut in felpa nera e di un Douanier elettrico. Entrambi non hanno più dinanzi a loro né la fede né una natura rigogliosa come nel modello originale, ma un mondo cannibalizzato dalla produzione capitalista, dove l’anatomia degli esseri umani rivela sempre più spesso segni d’implantologia e l’introduzione forzata di sostanze sospette nel sistema nervoso. La modalità espressiva di Gianluca Lerici è allo stesso tempo primitiva e moderna, colta e popolaresca, raffinata e canagliesca, è un mix di angst esistenziale e stupore infantile. Un segno impeccabile applicato a mano ferma sull’epidermide della contemporaneità con un ago arruginito. Il suo piece de resistence è un classico bianco e nero da xilografia, erede diretto della potente iconografia protestante tedesca, in particolare di quella legata alla “Totentanz”, madre di tutte le devianze underpop, e così cara agli espressionisti. Sbrigativamente etichettato come artista cyber-punk (a dispetto della sua aperta ostilità verso il mondo digitale) è da considerarsi a tutti gli effetti come un perfetto esponente dell’arte popolare a sfondo sociale. Nella felice tradizione di José Posada o Frans Maseerel, Gianluca è un moralista che visiona alla moviola scismi, dubbi e apocalissi, svillaneggiando i mali del mondo; è un monaco senza dio né padroni, un techno-amanuense che ha redatto una versione hardcore della “Biblium Pauperum”, sbraitando coi suoi pennelli anatemi contro il potere che, giorno dopo giorno, va calpestando (con scarponi catodici chiodati) la sovranità della nostra psiche. La sua è una visione  labirintica dove l’optical sposa il vudú; un prodotto di sintesi di una sensibilità febbricitante e ipocinetica che, mimando intossicazioni chimico-alimentari, immagina il presente attraverso gli occhi di un biscazziere che sa che i giochi sono fatti e che i dadi sono truccati. Ha persino l’ardimento di ridurre a fumetti Il Pasto Nudo di William Burroughs, il cui successo gli permette di accedere allo stato di pop celebrity, allargando i suoi cerchi di contaminazione a livelli di visibilità sempre più ampia.  

Le tele psicoattive, brulicanti di vita stupefacente come reef corallini, sono il compendio della sua fissazione per le mutazioni organiche. Qui sfida sfacciatamente le teorie sul colore di Albers, attizzando risse cromatiche e vertigini ottiche, rielabora le forme scoperte al microscopio da Haeckel o i pupazzi asessuati di Jacovitti e Depero. 

Il campo di azione della sua indagine è la fragile no man’s land che si estende tra psichedelia e psicosi; il suo cervello è una Kronstadt interiore sotto assedio, in cui resiste barricato, un improbabile universo canagliesco composto da teneri mostri da baraccone, deformati, ingolfati di spezie e abbruttiti da overdose di realtà parallele. Come il regista Tod Browning, Gianluca difende l’umanità dei “Freaks” contro la mostruosità e la nequizia della gente di plastica. In fondo al percorso c’è tempo per una sorpresa, il vero colpo di scena narrativo, è scoprire che l’artista ha intrapreso il suo Brutto Viaggio con grande amore e rispetto per gli altri passeggeri che hanno scelto di accompagnarlo. Per quanto si applichi nell’interpretare il ghigno sfrontato con cui ha deciso di presentarsi al mondo - un’interessante variante della mimica di Sid Vicious o meglio dell’Elvis “hound dog” - non riesce a celare del tutto il suo sorriso da piccolo teppista gentile.

Matteo Guarnaccia

The cybernaut Gianluca “Professor Bad Trip” Lerici has been, for years, a spokesperson of virtual countercultures and a guru of the most robotic techno-thrash imagination; he did not, however, own or use a computer. After all, it is renowned that even Bruce Sterling, pioneer and theorist of the cyberpunk sci-fi, wrote his first novels on a common typewriter.
The Professor asked me to interview him via mail for the appendix of his Almanacco apocalittico, published by Piccola Biblioteca Mondadori on March 2002. Therefore, I sent him a long series of questions, that he chose and completed with a few more that he had written himself (attributed to a certain Mister K) and a couple more questions by his friend Marco Philopat. Not long after that, the artist sent me a folder containing all of the answers: there were 55 neatly hand-written sheets of paper, where each topic was accompanied by detailed notes and related bibliography. I did the necessary editing for Mondadori (an unpaid work, ça va sans dire), cutting notes and considerably simplifying the text, so that many substantial parts have so far remained unpublished. Moreover, Mondadori asked me to sign the interview with the nom de plume Luther Blissett, which I had used on different occasions (incognito, for the LB Project) and which, at the time, had quite a reputation. When eventually Gianluca had a copy of Almanacco in his hands, his first book for a major publisher, he almost burst into tears, horrified by the awful quality of the paper and by the bad printing, which was very blurred and greyish. The anthology, moreover, presented some forceful repagination of the boards, off-kilter proportions and it completely lacked information on the works. In brief, the Almanacco apocalittico was a half-missed opportunity rather than a springboard for the Professor’s art. The original interview, which has been kept aside up to now, represents probably the most extended and detailed interview ever released by the author from La Spezia and, therefore, it deserved to be read in full, enriched with those scrupulous notes which draw a complete view of his passions and of his artistic and literary influences. So, here is the faithful “Director’s Cut” edition, exactly as it has been drafted by the Professor in big block capitals back in 2001. Follow this class without distractions, you are going to be tested on it from tomorrow onwards!

Vittore Baroni



The fascinating artistic project by Gianluca Lerici developed, similarly to the one by Pliny the Elder, close to an erupting volcano’s crater, probably wearing a pair of 3D blue and red

spectacles, in order to fully enjoy the cataclysm.

The programme of this determined former grower of mussels from La Spezia, reveals all of its mischievousness since the choice of a stripping nom de plume: Bad Trip. The meaning of this alias, for those who are not familiar with the culture of dope, refers to the problems related to a negative experience with the lysergic acid; it refers to those situations in which the traveller, instead of experiencing a sense of complete sympathy with the universe in the company of bodhisattvas, unicorns and rainbows, finds himself thrown in the middle of a horrible claustrophobic rave, among stinky and deformed demons.

When he reached the right age to enlist in a subculture, he realised that it was too late to become a hippie. It happened when he saw Hendrix’s purple haze turning into the dioxincharged smog created by tyres at the side of the state highways, and when he heard the Californian good vibrations turning into the buzz of a fridge. Considering such premises, he could not help falling in love with the post-punk vibe of the Dead Kennedys and of the Angry Samoans (which, by the way, recored with the “Bad Trip

Records”). In this guise, our artist performed on stage and used to mosh in some unlikely clubs of the no flight zone stretching between the motorway junctions of the Cisa area and the suburbia of the Lunigiana. There, he developed a healthy and productive rage against the “will of the social classes and of all the politicians and of all the Italian Institutions to cancel the history of the movements developed in the previous years, leaving us without neither future nor past”. His mission, which he actually accomplished, was, then, to search for the missing link between the different sensibilities the alternative culture had expressed in time, in order to claim proudly that his Nineties were nothing but the Sixties seen upside down. A rip-roaring attitude pushed him to become an agitprop in the bizarre world of the underground productions. He uses some black ink which smells like vinyl, he draws with sublime fussiness. He spreads his agitated art through mail, xerox, hypodermic drawings, discography and textile productions (the t-shirts!). He embodies two visions at the same time: a Wogelmut wearing a black sweatshirt and an electric Douanier. They do not face neither faith nor a luxuriant nature, as it was for the original models, but, on the contrary, the look upon a world which has been cannibalised by the capitalistic

production. A world where the human beings’ anatomy reveals more and more often the marks of implants and of the forced introduction of suspicious substances in their nervous system. The expressive mark of Gianluca Lerici is at the same time primitive and modern, cultivated and popular, refined and rascal-like: it is a mix of existential anguish and childlike astonishment. It is a flawless mark applied with a firm hand on the world’s skin

with a rusty needle. His pièce de resistance is a classic black and while block print, the direct heir of the German protestant iconography, and particularly of the production connected to the “Totentanz”, which is the mother of all the underpop deviations and which was so dear to the Expressionists. Although he has been offhandedly labelled a cyber-punk artist (in spite of the hostility he openly expresses toward the digital world) he should be considered, to all effects, a perfect representative of the social popular art. In the happy tradition of José Posafa and Frans

Maseerel, Gianluca is a moralist who watches in slow motion schisms, doubts and apocalypses, vituperating the world’s ills; he is a monk without god nor masters, a sort of techno amanuensis who wrote a hardcore version of the “Biblium Pauperum”, screaming with his brushes anathemas against the power which, day after day, is treading (with cathodic spiked shoes) on the sovereignty of our psyche. His vision is a labyrinth where optical meets voodoo; it is the product of synthesis of a

feverish and hypokinetic sensibility which, by miming chemical and food intoxications, looks at the present time through the eyes of a gambling den who knows that the die is cast and that the dice are loaded. He has even dared to produce a comic strip reduction of Naked Lunch by William Burroughs; the success of this production transformed him into a pop celebrity, broadening his circles of contamination to a wider and wider visibility.

His psycho-active painting, which swarms with amazing life like coral reefs, represents the summary of his obsession with the organic mutations. In these paintings, he unashamedly challenges Albers’ theories on colour, stirring chromatic commotions and optical vertigoes up, and he re-elaborates the shapes Haeckel discovered using the microscope or the asexual puppets by Jacovitti and Depero. The area of his research is the fragile no man’s land stretching between psychedelia and psychosis; his brain is an interior Kronstadt under siege, in which he resists barricaded; it is a paradoxical scoundrel-like universe made of tender sideshows, who are deformed, full of spices and brutalised by overdoses of parallel realities. Like director Tod Browning, Gianluca defends the humanity of “Freaks” against the monstrousness and the wickedness of the plastic people. At the end of the path there is room for a surprise, which represents the real twist in the tale, as we discover that the artist embarked on his Bad Trip with love and respect for the other travellers who chose to embark with him. As much as he tries to interpret the impudent sneer with which he chose to introduce himself to the world - an interesting variation of Sid Viscious’ mimicry or, even better, of Elvis in “hound dog” - he is not completely able to hide his kind little thug’s smile.

Matteo Guarnaccia




 
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