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Al Tempo Stesso
24/02/2017 - 24/03/2017
dal lunedì al sabato dalle 15:00 alle 19:00
Apertura straordinaria: su prenotazione: +39 339 71 89 570 (Marco)


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Silvia Vendramel presenta una mostra che occupa i tre spazi della galleria con un percorso che include il concetto di memoria attraverso azioni dense di diversi strati di significato, suggestioni, sentimenti che rimangono come tracce caricate elettrostaticamente agli oggetti e ai materiali usati per la realizzazione delle opere presenti.
Una ricerca che esplora il rapporto e le possibili interazioni tra materiali incongrui, disegno e scultura, presenza e transitorietà della materia. Il rapporto tra fragilità ed equilibrio è rappresentato in pieno dalla serie Soffi, esposta nella sala centrale della galleria Teké: delle opere in vetro e ferro, dall’aspetto decorativo e ornamentale, che portano con sè la necessità di riempire un vuoto, di dare forma a un gesto che rimanda alla passione, alla memoria, in un intreccio tra la rigidità del metallo e le fragili superfici in vetro soffiato che si espandono strozzate.
Un’eterna contrapposizione tra la leggerezza del pensiero e la durezza del gesto che incatena queste opere in forme al tempo stesso avvolgenti e soffocanti.
Nelle opere più recenti, presenti nella sala d’ingresso, troviamo nudi tondini di ferro, che ricordano schizzi fatti a mano col carboncino che si intrecciano a tessuti, stoffa e fili di cotone, lasciando ben evidenti i segni della lavorazione del metallo.
Imperfezioni, tagli, ripensamenti lasciati volutamente a vista, sono tracce che raccontano il processo di creazione dell’opera e le conferiscono un carattere unico.
Le forme sensuali e avvolgenti delle opere connettono lo spettatore a una serie di suggestioni e emozioni che si legano in profondità con ricordi d’infanzia e situazioni di vita vissuta.
Un esempio è la scultura dal titolo “Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio”; un’opera dal carattere monumentale, realizzata in sabbia, ottenuta dal riempimento di una vasca da bagno, e adagiata su una cassa rivestita di tessuto.
La scultura è un rimando al periodo dell’infanzia, ai castelli di sabbia e alle forme effimere e temporanee destinate a dissolversi nella sera di un caldo pomeriggio d’estate. Il posizionamento monumentale che la fa emergere al centro della stanza, come unica e solitaria opera, ci fa percepire la sua sacralità, amplificata dallo spazio semiinterrato della galleria.
“Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio“ ricorda le forme di un sarcofago etrusco ricco all’interno, non di oggetti preziosi, ma di preziosi ricordi appartenenti a una fase della vita che non c’è più. Non siamo molto abituati a soffermarci a pensare alla nostra vita come un momento di passaggio, al fatto che le azioni e i gesti quotidiani che compiamo, sono istanti che vengono registrati dagli oggetti e dalle persone con cui entriamo in contatto e dalle situazioni che viviamo.
Un giorno non faremo più parte di tutto questo flusso e tutto quello che rimarrà del nostro passaggio, saranno solo sensazioni o tracce su tutto ciò che abbiamo toccato, usato, consumato durante il nostro cammino.
Una memoria del vissuto, quella che percepisco nei lavori di Silvia Vendramel, che per tanti aspetti riporta alla mente il museo di scienze naturali del giovane Holden di J.D. Salinger, dove ogni animale, ogni modello, ogni manichino, rimane congelato all’infinito nel suo gesto e siamo solo noi che ogni volta che torniamo a trovare queste sculture percepiamo il peso e il carico dei nuovi ricordi accumulati nella nostra vita dall’ultima volta che le abbiamo viste.

Marco Pedri
Silvia Vendramel presents an exhibition placed in the three rooms of the gallery through a show that includes the concept of memory through dense shares of several layers of meaning, suggestions, feelings that remain as traces electrostatically charged on the objects and the materials used for the construction of these works.
A kind of research that explores the relationship and the possible interactions between incongruous materials, drawing and sculpture, presence and transience of matter. The relationship between fragility and balance is fully represented by the series
Soffi, showed in the central hall of Teké gallery: glass and iron works, looking decorative and ornamental, bring with them the need to fill a gap, to give shape in a gesture that recalls the passion, the memory, in a weaving between the rigidity of metal and fragile blown glass surfaces that expand choked.
An eternal opposition between the lightness of thought and hardness of gesture that binds these works in forms at the same time enveloping and suffocating. In the latest works, present in the first room, we find bare iron rods, reminiscent of hand sketches in charcoal.
They are interweaving with fabrics, cloth and cotton threads, making visible the signs of metal processing. Blemishes, cuts, thoughts deliberately left exposed, are tracks that suggest the process of the work and give it a unique character.
The sensual and enveloping forms of the works connect the viewer to a series of suggestions and emotions that bind deeply with childhood memories and lived life situations.
An example is the sculpture entitled “Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio”; a work with a monumental character, realized in sand and obtained by filling a bathtub, situated on a coated tissue case. The sculpture is a reference to the period of childhood, the sand castles and ephemeral and temporary forms intended to dissolve in the evening of a hot summer afternoon. The monumental positioning that brings it out in the center of the room, as the only and lonely work, makes us feel its sacredness, amplified by the basement space of the gallery.
“Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio” recalls the forms of a rich Etruscan sarcophagus filled inside, not with precious objects, but with precious memories belonging to a phase of life that no longer exists. We are not very accustomed to think about our life as a moment of transition, the fact that the shares, the daily gestures we make are moments that are recorded by the objects and the people with whom we come into contact and the situations that we live.
One day we will not make the most of all this flow and all that will remain of our passage will only be sensations or traces of everything we touched, used, consumed during our journey.
A memory of the experience, that I perceive in the works of
Silvia Vendramel, which in many ways brings to mind the natural history museum of the Catcher in the Rye by J.D. Salinger, where every animal, every model, every mannequin, remains frozen indefinitely in his gesture and every time we go to find these sculptures it’s only about us to perceive the weight and the load of new memories accumulated in our lives since the last time that we have seen them.

Marco Pedri



 
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